Governo della città. Perché tirare per la giacca la Corte Costituzionale?

Sul quotidiano L’Unità del 10 aprile scorso, con il titolo «Urbanistica, una norma rivoluzionaria», l’on. Roberto Morassut, già assessore all’urbanistica del comune di Roma nel periodo nel quale è stato definito ed adottato il nuovo PRG, commenta la sentenza 68/2016 della Corte Costituzionale quale «un documento di straordinaria importanza, che tutti i bravi Sindaci e Presidenti di Regione dovrebbero tenere sul loro tavolo per governare meglio le loro comunità».
In cosa consiste questa straordinaria importanza?
Con un emendamento alla legge cd “sblocca Italia”, l’on. Morassut ha fatto approvare una norma integrativa e modificativa del testo unico edilizia che definisce gli oneri concessori per il rilascio dei permessi edilizi, stabilendo «che, in caso di valorizzazione della destinazione d’uso di un terreno o di un immobile attraverso una variante urbanistica o una deroga edilizia, l’aumento del valore che si genera su quel bene deve essere diviso almeno per metà tra il Comune e il privato».
In pratica si pone un punto fermo alla lunga contesa per la “cattura dei plusvalori fondiari”, che parte dal programma integrato di intervento del 1993 per giungere agli attuali Piani Casa, passando per lo strumento della perequazione urbanistica che molte Regioni (con proprie leggi) hanno declinato in maniera simile ma con modalità differenti, e che il comune di Roma ha interpretato con una propria originalità all’interno delle NTA del nuovo PRG.
L’argomento ha dato e continua a dare interpretazioni contrastanti, e un autorevole parere della giurisprudenza costituzionale può costituire una occasione golosa. Solo che la Corte Costituzionale, con la sentenza 68/2016, non si espressa né sulla perequazione urbanistica né sugli oneri straordinari.
Se leggiamo la sentenza 68/2016, è facile comprendere come la Corte non abbia dato un giudizio né sulla perequazione urbanistica né sul contributo straordinario, ma abbia semplicemente detto che la norma osservata non impedisce alle Regioni di legiferare in materia, evidenziando come la regione Veneto abbia già una propria normativa in materia di perequazione urbanistica, che non viene inficiata dalla norma osservata. Tutto qua!
Personalmente, oltre a ritenere sempre e comunque auspicabile una informazione non menzognera (ma un signore di nome Gramsci non aveva detto che la verità è rivoluzionaria?), rispetto ai trionfalismi (ingiustificati) preferisco sempre la riflessione e il confronto.
Al riguardo continuo a considerare la perequazione urbanistica uno strumento obsoleto, perché legata ai processi espansivi, e del tutto inappropriata ai bisogni della rigenerazione urbana (quella vera, incompatibile con i miraggi di sostituzione di parti significative delle città).
Mi riferisco, in particolare, alla bozza del disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo, che insiste sulla valorizzazione immobiliare e sugli incrementi volumetrici, senza considerare che – contemporaneamente – i programmi avviati per la rigenerazione delle aree urbane (PON aree metropolitane, Piano delle periferie, Azioni urbane innovative) si fondano sulla riqualificazione dell’edilizia esistente (come appare logico vista l’estrema frammentazione della proprietà immobiliare) e sull’incremento della dotazione dei servizi essenziali, necessari per migliorare la qualità della vita dei residenti e per creare un ambiente più favorevole all’insediamento ed allo sviluppo di impresa.
O no?

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