Il decoro della professione: parliamo solo di soldi o anche di altro?

La dignità del lavoro dovrebbe essere riconosciuta a tutti i cittadini, siano essi lavoratori autonomi siano essi lavoratori subordinati.
Sempre più, in questi ultimi anni, si assiste ad una divaricazione dei diritti e dei doveri, che colpisce anche le tradizionali aggregazioni sindacali, sbeffeggiate nel ruolo e nella funzione.
Bisogna però riconoscere che vi è una sostanziale acquiescenza (tra carnefici e vittime, si potrebbe dire, ricordando il bel film sulla vita di Hannah Arendt, recentemente proposto dalla televisione) da parte dei cittadini, che non si organizzano per far sentire la propria opinione e condizionare le scelte di chi governa (ai diversi livelli), e sembrano appagati da rappresentanti che preferiscono fare da cassa di risonanza a mugugni e mal di pancia piuttosto che adoperarsi per risolvere i problemi.
I pochi che provano a dire «così non va» (l’equivalente di «il re è nudo») vengono immediatamente zittiti in quanto, nientepocodimenoche, contrari alle riforme per il progresso.
Lo stesso vale per i professionisti, che mi appaiono giustamente preoccupati per le ristrettezze economiche nelle quali ci tocca vivere, ma, sinceramente, poco preoccupati del “decoro professionale”.
Vi sembra decoroso che ogni giorno sulle televisioni passi uno spot pubblicitario del Governo, che si conclude con lo slogan “E’ casa tua. Decidi tu”, che oltre a risultare oggettivamente ingannevole, delegittima di fatto la funzione e il ruolo dei professionisti del settore.
Vi sembra decoroso che siano attribuite potenzialità di fatto miracolistiche al messianico annuncio che presto avremo un “regolamento edilizio unico nazionale”, palesemente una bufala per il semplice motivo che un regolamento non può né eludere né modificare le norme di legge.
Vi sembra decoroso che siano stati emanati modelli unici per l’edilizia che contengono palesi errori ed omissioni.
Vi sembra decoroso che nelle facoltà di architettura e di ingegneria non si insegni la normativa tecnica, assolvendo l’imperizia nell’esercizio della professione con un consolatorio riferimento a “lacci e lacciuoli”.
Vi sembra decoroso che … potremmo continuare a lungo.
Non da oggi, ma già nella presentazione della prima edizione del manuale “Regolamentazione urbanistica ed edilizia” (del 2007, il cui primo titolo era “La regola dell’arte”), sostenevo - e sostengo ancora - che la concorrenza (principio sul quale concordo) non possa e non debba fondarsi solo sui costi bensì sulla qualità delle prestazioni.
Ci siamo mai chiesti perché la professione di architetto e di ingegnere risulta, di fatto, sostanzialmente delegittimata. E’ sempre colpa degli altri che ce l’hanno con noi, oppure, anche se in parte, ce la siamo cercata.
Forse dovremmo farci qualche domanda e darci qualche risposta. Sarebbe meglio se ciò non avvenisse in uno “splendido” isolamento.

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